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Il potere di chi controlla il denaro: sovranità extraterritoriale o potere senza confini?

Chi decide chi può usare il denaro esercita una forma concreta di potere.

Da secoli, il controllo della moneta è legato alla sovranità degli Stati.

Oggi, però, basta un blocco bancario per rendere quei poteri tangibili nella vita di una persona.

E può intervenire anche uno Stato straniero, senza che il titolare viva o operi sul suo territorio.

La banca si trova stretta tra il cliente e il rischio di perdere l’accesso ai circuiti finanziari.

Il cliente può ricorrere, ma il conto resta bloccato mentre la giustizia procede.

Una sentenza favorevole può arrivare tardi e non cancellare il danno subito.

La mancata esclusione di uno può trasformarsi in un rischio per molti altri correntisti.

Quanto è davvero efficace una tutela che non protegge né la banca né i suoi clienti?

E come può l’Europa difendere la propria autonomia senza rinunciare ai diritti individuali?

 

Ho preso spunto dall’articolo dell’amico Paolo De Rosa “Chi può spegnere l’euro”, per interrogare chatgpt ed imparare un po’ di cose utili per orientare concretamente la nostra libertà. Non ho nessuna intenzione di lasciare andare alla deriva la libertà come fosse un messaggio in una bottiglia vuota.

Invito anche voi a leggere sia l’ottimo articolo di Paolo che questo dialogo più modesto e riflettere su cosa dovremmo fare.

Domanda:

Sovranità: che cosa dignifica storicamente il termine “sovranità” in merito alla possibilità di controllare il  denaro?

Risposta:

Storicamente, sovranità significa l’autorità suprema di un potere politico su un territorio e sui suoi abitanti. In materia di denaro, una delle sue manifestazioni più antiche e visibili era il diritto di battere moneta: stabilire chi poteva coniarla e fissarne nome, peso e valore legale.

Nel Cinquecento il giurista francese Jean Bodin annoverò la coniazione tra i poteri propri del sovrano: chi poteva fare le leggi, sosteneva, poteva anche regolare la moneta. Non era solo un simbolo. Controllare la moneta permetteva di rendere riconoscibile l’autorità, agevolare le imposte e i pagamenti e, in certe circostanze, modificare il valore delle monete per far fronte alle spese del potere.

Questo controllo però non è sempre stato pieno né uniforme: per secoli autorità locali, città e altri poteri potevano avere proprie prerogative monetarie. La sovranità monetaria si è consolidata insieme alla costruzione degli Stati, che hanno progressivamente concentrato il diritto di coniare moneta.

Oggi il termine ha un significato più ampio. Indica la facoltà di emettere la valuta e di determinare, tramite le istituzioni monetarie, aspetti come i tassi d’interesse, la stabilità dei prezzi e il regime di cambio. Questi poteri possono essere affidati a una banca centrale o condivisi tra più Stati; quindi sovranità formale e controllo diretto non coincidono sempre.

In breve: controllare la moneta è stato storicamente uno dei segni e degli strumenti della sovranità. Ma oggi “controllare il denaro” non significa che lo Stato determini ogni pagamento o tutta la quantità di denaro in circolazione: una parte rilevante è costituita da depositi bancari e credito, oltre a monete e banconote.

Domanda:

Controllare la moneta significa anche decidere chi la può detenere e a chi bloccarne l’uso?

Risposta:

Sì, in senso ampio. Un’autorità politica può stabilire regole su chi può detenere una valuta o altri beni finanziari, trasferirli all’estero o usarli per certi pagamenti. Il diritto monetario internazionale include tra i poteri degli Stati i controlli sui cambi e sui movimenti di capitale.

Però sono misure diverse:

Regolare la moneta significa stabilirne l’emissione e le regole.

Limitare la detenzione o i trasferimenti significa, per esempio, imporre controlli sui cambi o sui capitali.

Bloccare fondi significa impedire temporaneamente al titolare di accedervi o usarli; non equivale necessariamente a confiscarglieli o a togliergli la proprietà. I regimi di sanzioni prevedono anche condizioni ed eccezioni per autorizzare alcuni pagamenti.

Quindi il potere di bloccare l’uso del denaro è collegato alla sovranità, ma non è la stessa cosa del potere di emettere moneta. E la sua applicazione dipende da leggi, competenze territoriali e vincoli internazionali: non è un potere illimitato.

Domanda:

Conosci casi in cui è stato impedito l’utilizzo della moneta a un titolare senza che ci fossero delle leggi o norme dello stato che lo legittimassero?

Risposta:

Sì, ma spesso il caso non è di totale assenza di norme: l’autorità invoca una legge o un atto, e poi un giudice stabilisce che quell’atto non le dava il potere di bloccare i fondi.

Un esempio importante è il Regno Unito. Nel 2010 la Corte suprema annullò misure antiterrorismo che avevano congelato i beni di alcune persone: il governo le aveva adottate tramite atti esecutivi, ma la Corte stabilì che andavano oltre i poteri concessi dalla legge invocata. In quel periodo, quindi, l’accesso ai fondi era stato limitato sulla base di misure poi giudicate prive di valida autorizzazione legislativa.

Ci sono anche casi in cui il blocco parte da un soggetto privato. Negli Stati Uniti, nel caso Benzemann v. Citibank, una banca congelò il conto di una persona dopo aver ricevuto un avviso di pignoramento che riportava i suoi dati, ma indicava come debitore un’altra persona. L’avviso fu ritirato e il blocco tolto; la corte d’appello riaprì alcune domande legali, senza però decidere in quella sede che la banca fosse definitivamente responsabile.

La distinzione è utile: un blocco può avvenire di fatto anche senza una base legale valida per quel caso. Ma questo non lo rende un esercizio legittimo di sovranità: può essere un abuso del potere pubblico, oppure un errore o un illecito di un intermediario privato.

Domanda:

Può essere un abuso da parte di un potere pubblico di un altro stato che non c’entra nulla con la cittadinanza e l’operatività del titolare che vive in un altro paese?

Risposta:

Sì, può accadere; e può essere contestato come abuso o come esercizio illecito di giurisdizione. Ma bisogna distinguere due situazioni.

Se i fondi si trovano presso una banca o un intermediario nel territorio dello Stato che impone il blocco, quello Stato può sostenere di avere giurisdizione per il luogo in cui si trovano i fondi o opera l’intermediario, anche se il titolare è cittadino e residente altrove. La questione diventa più controversa quando lo Stato cerca di imporre il blocco a banche e persone di un altro paese, per operazioni senza un legame concreto con il proprio territorio o con i propri cittadini.

Un esempio noto sono alcune sanzioni extraterritoriali statunitensi: possono esercitare pressione su operatori stranieri, per esempio minacciando conseguenze per chi continua a fare affari con soggetti sanzionati. L’Unione europea ha adottato un regolamento, il cosiddetto Blocking Statute, per contrastare gli effetti di specifiche leggi extraterritoriali di paesi terzi e tutelare gli operatori europei. Questo mostra che la legittimità e i limiti di queste misure sono contestati, non che ogni sanzione extraterritoriale sia automaticamente illegale.

In pratica, un paese può non riuscire a bloccare direttamente un conto custodito all’estero. Può però indurre la banca straniera a farlo, facendo leva sul suo accesso al mercato, alla valuta o ai servizi finanziari del paese sanzionatore. La capacità di esercitare quella pressione non risolve da sola la questione della legittimità giuridica. Se il paese non ha un valido titolo di giurisdizione e interviene coercitivamente su attività e soggetti che ricadono sotto la giurisdizione di un altro Stato, la misura può essere contestata come interferenza nella sovranità di quest’ultimo. Le regole precise dipendono dal caso e dai legami effettivi con il paese sanzionatore.

Domanda:

La misura può essere contestata, ma nel frattempo il denaro è bloccato o addirittura il rapporto del titolare con la sua banca è interrotto. E non è detto che venga mai ripristinato anche in caso di decisione di un giudice che l’autorizza. Il titolare comunque viene molto danneggiato e non può essere risarcito. E se la banca si opponesse ne subirebbero conseguenze tutti i clienti della banca, anziché solo uno. Che cos’è allora che non funziona in questo modo di operare?

Risposta:

Quello che non funziona è soprattutto lo squilibrio tra la rapidità del blocco e la lentezza, l’incertezza e i limiti della tutela. Il potere di colpire il titolare è immediato; il costo di decidere se obbedire ricade sulla banca; il danno quotidiano ricade sul titolare e, in certi casi, su altri clienti.

Ci sono almeno quattro punti deboli:

  1. Un singolo intermediario diventa un punto di pressione. Se una banca teme sanzioni, multe o di perdere accesso a un mercato o a una valuta, può bloccare il conto o interrompere il rapporto anche per ridurre il proprio rischio. Il singolo cliente ha poco potere contrattuale; se è coinvolta una banca intera, la pressione può propagarsi ad altri clienti.
  2. La banca può scegliere di essere più prudente di quanto la norma richieda. Questa sovra‑conformità, o over-compliance, può tradursi nel rifiuto di servizi sulla base di una lista straniera, senza una valutazione precisa del caso. Nel giugno 2026 la Corte di giustizia dell’UE ha stabilito che la sola presenza di una persona nella lista di sanzioni statunitense non basta, da sé, a giustificare il rifiuto di aprirle un conto di pagamento di base in Slovenia: serve una valutazione individuale del rischio prevista dalla normativa applicabile.
  3. Il ricorso può arrivare troppo tardi. Anche se una misura viene annullata o un blocco giudicato ingiustificato, una sentenza non restituisce il tempo perso, i pagamenti mancati, il lavoro compromesso o la fiducia della banca. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha riscontrato, in un caso contro l’Azerbaigian, violazioni sia del diritto di proprietà sia del diritto a un ricorso effettivo riguardo al congelamento di conti.
  4. “Sbloccare i fondi” e “riparare il danno” sono cose diverse. Il conto può essere riattivato, ma il rapporto bancario potrebbe essere già stato chiuso; l’eventuale risarcimento richiede un’altra procedura e non è automatico. Questo non significa che il risarcimento sia sempre escluso, ma che la tutela può non compensare davvero il danno.

C’è anche una tensione di fondo: in alcuni regimi di sanzioni la pressione sugli intermediari è parte del meccanismo, perché si vuole rendere difficile al destinatario usare il sistema finanziario. Il problema nasce quando lo strumento colpisce più ampiamente del necessario e chi ne subisce gli effetti non ha accesso rapido a ragioni comprensibili, a un giudice indipendente e a una riparazione adeguata.

Perciò la critica non è soltanto “qualcuno ha troppo potere”. È che il sistema può rendere facile produrre l’esclusione finanziaria e difficile attribuire responsabilità per le sue conseguenze. Un rimedio effettivo richiede almeno motivazioni individuali, limiti proporzionati, revisione rapida e una chiara possibilità di ottenere il ripristino e il risarcimento quando il blocco era ingiustificato.

Domanda:

Non ho capito la fattibilità del rimedio che proponi contro lo strapotere

Risposta:

Hai ragione: l’ho formulato come se bastasse prescrivere “ricorso rapido, ripristino e risarcimento”. Non è un rimedio universale, e contro una potenza straniera spesso non è direttamente eseguibile.

La possibilità concreta dipende da chi ha bloccato il servizio e dove opera:

Se è una banca dell’UE, si può contestare la sua decisione davanti alle autorità e ai giudici competenti nel paese in cui opera. Per esempio, nel giugno 2026 la Corte di giustizia dell’UE ha stabilito che una banca slovena non può negare un conto di base solo perché il cliente è nella lista OFAC statunitense: deve valutare individualmente il rischio secondo le regole UE applicabili. È un rimedio concreto, ma riguarda quella banca e quel diritto al conto; non obbliga una banca straniera a riaprire un conto altrove.

Se la banca europea interrompe il rapporto per obbedire a determinate sanzioni extraterritoriali, nell’UE esiste il Blocking Statute. La Corte di giustizia ha chiarito che il divieto europeo di conformarsi a quelle sanzioni può essere fatto valere anche in una causa civile. Ma non garantisce automaticamente che ogni rapporto bancario venga ripristinato: il giudice deve esaminare le circostanze e la banca può sostenere che la decisione dipendeva da ragioni commerciali indipendenti.

Se il blocco è deciso direttamente da uno Stato straniero e i fondi sono fuori dalla sua giurisdizione, il titolare di solito non può ottenere da un giudice europeo un ordine che obblighi quello Stato a cambiare la propria misura. Può contestarla nei tribunali del paese che l’ha adottata, se questi offrono un rimedio accessibile, oppure agire contro gli intermediari soggetti alle leggi europee. È qui che la tutela diventa più debole e incerta.

Quindi il rimedio è fattibile solo entro la giurisdizione che può far rispettare la sentenza. Può impedire a una banca europea di applicare automaticamente una lista straniera o costringerla a motivare e valutare il caso; non può garantire che il rapporto venga ricostruito, risarcire subito le perdite né neutralizzare la pressione esercitata su tutte le banche del paese. La mia risposta precedente avrebbe dovuto dirlo chiaramente.

Domanda:

In teoria la legge vorrebbe tutelare il singolo cliente coinvolto ad esempio nella lista, ma la legge non tutela la banca che verrebbe esclusa dai circuiti se la lista non venisse applicata per quel cliente. Oppure sei a conoscenza di casi nel mondo in cui è possibile tutelare la banca e tutti i suoi clienti?

Risposta:

Sì, esistono strumenti per proteggere una banca e i suoi clienti, ma funzionano soprattutto quando gli Stati negoziano un’esenzione o costruiscono un canale protetto. Non ho trovato un esempio di protezione generale capace di garantire a una banca l’accesso ai circuiti stranieri mentre ignora una misura che quello Stato applica con forza.

Il modello più solido è un’autorizzazione esplicita dello Stato che impone le sanzioni. Negli Stati Uniti, per esempio, l’OFAC può rilasciare licenze generali o specifiche per transazioni altrimenti vietate: la banca sa così quali operazioni può svolgere senza violare le sanzioni statunitensi.

Un caso concreto, ma circoscritto, è lo Swiss Humanitarian Trade Arrangement con l’Iran. Svizzera e Stati Uniti organizzarono un canale per pagamenti relativi a cibo, farmaci e beni medici, con controlli rafforzati e autorizzazioni statunitensi. Questo consentì a banche selezionate di elaborare quelle specifiche operazioni con maggiori garanzie; non proteggeva la banca per qualunque cliente o attività iraniana.

L’Unione europea ha un altro strumento: il Blocking Statute, che vieta agli operatori europei di conformarsi a determinate leggi extraterritoriali straniere, permette di chiedere un’autorizzazione eccezionale e consente di domandare in giudizio il risarcimento dei danni. Però non impedisce materialmente a un altro Stato di limitare l’accesso della banca ai propri mercati o circuiti. Inoltre, nella consultazione della Commissione del 2021, la maggioranza dei partecipanti giudicò lo strumento inefficace nel proteggere gli operatori europei dalle sanzioni di paesi terzi.

Si è tentata anche la via di un circuito alternativo: INSTEX, creato da Francia, Germania e Regno Unito per facilitare il commercio lecito con l’Iran. I governi fondatori ne hanno poi deciso la liquidazione nel 2023. È un esempio di quanto sia difficile sostituire l’accesso ai circuiti dominanti, anche quando più Stati cooperano.

Quindi la risposta precisa è: sì, una banca può essere tutelata in operazioni definite, con licenze, garanzie e cooperazione tra governi; non esiste però uno scudo unilaterale affidabile che la protegga da ogni ritorsione straniera e, insieme, preservi l’accesso ai circuiti di quel paese. Per tutelare davvero la banca e la sua clientela, la protezione deve essere collettiva e negoziata: un’autorizzazione valida, impegni chiari sulle conseguenze per l’intermediario e canali di pagamento garantiti. Senza l’assenso dello Stato che controlla il punto di accesso, resta una protezione parziale e rischiosa.

Domanda:

Mi puoi spiegare come opera la Russia per riuscire ad essere indipendente dai blocchi statunitensi?

Risposta:

La Russia ha costruito ridondanza: sistemi propri che mantengono pagamenti e trasferimenti dentro il paese e offrono alcune alternative per il commercio estero. Non ha però eliminato la dipendenza dai circuiti e dagli intermediari stranieri.

Ambito Come cerca di ridurre la dipendenza Limite
Pagamenti interni Ha creato la rete di carte Mir e il sistema di messaggistica bancaria SPFS. Le transazioni interne delle carte Visa e Mastercard emesse da banche russe continuarono a funzionare attraverso l’infrastruttura nazionale anche dopo la sospensione dei servizi internazionali. Questi sistemi sostengono i pagamenti in Russia, ma non danno automaticamente accesso ai circuiti esteri.
Commercio estero Cerca di regolare più scambi in rubli o nelle valute dei partner, soprattutto yuan, e di usare banche corrispondenti e canali di pagamento in paesi che continuano a fare affari con la Russia. La Banca centrale russa riferisce che nel 2024 è cresciuta la quota di pagamenti internazionali in rubli e valute dei paesi partner. Per pagare un fornitore straniero servono anche una banca disposta a trattare, liquidità nella valuta giusta e un canale che non esponga il partner a sanzioni.
Messaggistica finanziaria SPFS può trasmettere messaggi di pagamento tra banche aderenti, riducendo la dipendenza da SWIFT in alcune operazioni. SWIFT, però, è un sistema di messaggistica: l’accesso a SWIFT e il trasferimento effettivo dei fondi sono problemi distinti. L’UE ha vietato alle proprie banche fuori dalla Russia di connettersi a SPFS e ha esteso le misure contro banche e intermediari che lo usano. Alcune operazioni estere risultano quindi più difficili o rischiose.

La difficoltà si vede anche nelle valute. Dopo che le sanzioni statunitensi hanno colpito il gruppo della Borsa di Mosca, la Banca centrale russa ha riferito che sono cessate lì le negoziazioni in dollari, euro e dollari di Hong Kong; le imprese hanno dovuto cercare nuove controparti e i pagamenti del commercio estero hanno richiesto più tempo.

Inoltre, usare la valuta cinese non significa controllarne l’infrastruttura. La Russia dipende dalla disponibilità di banche e operatori stranieri ad accettare i pagamenti. La Commissione economica USA-Cina ha riferito che Pechino non ha collegato SPFS al proprio sistema CIPS, anche per il rischio di sanzioni secondarie. Questo è un esempio di come la pressione statunitense possa agire indirettamente: una banca straniera può temere di perdere accesso al sistema finanziario USA se tratta certe operazioni russe.

La sintesi è che la Russia può assorbire meglio gli shock e mantenere una parte dei pagamenti operativa, soprattutto all’interno del paese. Per gli scambi internazionali, però, gli strumenti alternativi non cancellano la necessità di intermediari e partner esteri: possono cambiare i canali, le valute e i costi, ma non rendono la Russia immune dai blocchi statunitensi.

Domanda:

Dato che si profila questo scenario anche per gli Stati Uniti verso l’area euro, saresti favorevole ad una configurazione della BCE che implementi quanto sta facendo la Russia? Si potrebbe fare anche di più?

Risposta:

Sì: sarei favorevole a rafforzare la capacità europea di mantenere pagamenti e servizi finanziari operativi anche sotto pressione esterna. La prenderei come un obiettivo di resilienza e autonomia europea, con regole pubbliche e garanzie per gli utenti.

La BCE si sta già muovendo in questa direzione. Nella strategia del marzo 2026 ha indicato come obiettivi l’autonomia strategica e la resilienza dei pagamenti europei, il ruolo internazionale dell’euro e il mantenimento della moneta di banca centrale come perno dei pagamenti.

Si potrebbe fare di più in alcuni ambiti:

Pagamenti quotidiani: costruire una soluzione europea utilizzabile in tutti i paesi dell’area euro, insieme alle carte e ai servizi privati già esistenti. La dipendenza attuale è concreta: la BCE segnala che 13 paesi dell’area euro non hanno uno schema nazionale di carte e si affidano a circuiti internazionali.

Continuità in emergenza: predisporre sistemi di riserva e modalità offline, così un guasto, un attacco informatico o una sospensione dei servizi non impediscano subito di pagare e ricevere denaro.

Pagamenti tra banche e imprese: rafforzare infrastrutture europee per regolare trasferimenti in euro e titoli, anche con nuove tecnologie, mantenendo la liquidità in moneta di banca centrale. Questo è già incluso nella strategia dell’Eurosistema.

Protezione degli utenti: accompagnare queste infrastrutture con regole chiare su blocchi e sospensioni: motivazione individuale, limiti proporzionati e possibilità di ricorso rapido. La resilienza serve anche a impedire che una decisione su un soggetto si trasformi in un’interruzione ingiustificata per molti clienti.

Il digitale euro potrebbe contribuire a dare all’area euro un mezzo pubblico di pagamento utilizzabile anche quando i circuiti privati non sono disponibili. Ma non sarebbe, da solo, uno scudo contro sanzioni estere o contro l’esclusione di una banca dai rapporti con controparti straniere. La BCE prevede un progetto pilota di 12 mesi dal secondo semestre 2027 e si dichiara pronta a una possibile prima emissione nel 2029, se sarà adottata la normativa europea nel 2026.

La BCE non può fare tutto da sola. Servono leggi europee, Stati membri, banche e operatori privati; per aumentare il peso internazionale dell’euro occorrono anche mercati finanziari europei più integrati e controparti disposte a usarlo. In sintesi, punterei su un’infrastruttura europea di riserva, interoperabile e sottoposta a controlli democratici: più capacità di scelta e continuità, senza concentrare nella banca centrale il potere di decidere da sola chi può pagare.