Archivio Completo EVENTI

PALESTINA E ISRAELE: IL SOGNO DEL CAMBIAMENTO DELLA MENTALITÀ DI ISRAELE

Martedì 25 novembre si è svolto il sesto appuntamento del nostro percorso di lettura comunitaria dedicato al libro “Palestina e Israele: che fare?”, in particolare i capitoli 5 e 6 della sezione “Dialoghi”.

Ilan Pappé, storico israeliano e figura centrale della nuova storiografia israeliana, racconta nel capitolo il proprio percorso intellettuale e personale: un cammino difficile che lo ha portato a mettere in discussione la narrativa sionista dominante, fino a riconoscere il carattere coloniale del progetto israeliano e la pulizia etnica contro il popolo palestinese.

La svolta per Pappé avviene nel 1982, durante la guerra del Libano, che lui definisce senza esitazioni una guerra di aggressione. Quell’evento incrina definitivamente l’educazione ricevuta — un’educazione impregnata di patriottismo e sionismo — e gli permette di vedere Israele con occhi nuovi. La Prima Intifada, iniziata poco dopo, consolida questo cambiamento di prospettiva. Mettersi contro la narrazione ufficiale, contro l’opinione della società israeliana e persino della propria famiglia, è un percorso lungo e doloroso, quasi impensabile in un Paese dove l’indottrinamento inizia sin da bambini. «In Israele siamo cresciuti in una bolla», afferma Pappé, «pochissimi mettono davvero in discussione il sionismo».

Il capitolo ricostruisce anche le radici della disumanizzazione dei palestinesi. I primi coloni sionisti, giunti in Palestina alla fine del XIX secolo, si aspettavano una terra vuota, “destinata” al ritorno ebraico. Vedendo invece una società viva, radicata e prospera, interpretarono i palestinesi come usurpatori o abusivi sulla “loro” terra. È l’origine di una mistificazione storica: gli abitanti autoctoni, presenti da generazioni, vengono rimossi simbolicamente e poi fisicamente.

Questa logica si inserisce nel progetto più ampio di “soluzione ebraica” al problema dell’antisemitismo europeo. Secondo Pappé, il sionismo fu anche un progetto coloniale funzionale ai desideri delle potenze europee — in particolare della Gran Bretagna — che cercavano un modo per “risolvere” la questione ebraica fuori dal continente. I palestinesi non compresero da subito le implicazioni di questo progetto: non immaginarono che gli arrivi ebraici non volessero convivere, ma sostituirli. Da qui l’incapacità di organizzare una risposta efficace, culminata nella Nakba.

Pappé sottolinea che la violenza palestinese è reazione a una violenza precedente, strutturale, iniziata con lo sradicamento forzato. Nessuna analisi seria del conflitto può ignorarlo.

Uno dei temi centrali del capitolo è il ruolo della manipolazione del sapere. Espressioni come “processo di pace”, “l’unica democrazia del Medio Oriente”, “arretratezza palestinese” formano un linguaggio funzionale alla legittimazione del progetto coloniale e alla cancellazione del punto di vista palestinese. L’altra parte non viene mai riconosciuta come legittima: prima si negava la loro esistenza, poi li si definiva nomadi, poi violenti, infine — dopo l’11 settembre — li si è tutti assimilati al terrorismo islamico.

Il risultato è una narrativa che concede agli israeliani il ruolo di attori morali e ai palestinesi quello di interlocutori a cui, al massimo, “fare concessioni”. Con queste premesse non ci sarà mai nessuna riconciliazione. “Ho invaso la tua casa, ma sono così magnanimo da concederti di venire a riprenderti il divano”.

Anche Benny Morris, come Pappé, fa parte della nuova storiografia israeliana.

Morris è stato tra i primi a riconoscere, sulla base dei documenti declassificati, che nel 1948 ci fu effettivamente una espulsione sistematica dei palestinesi. Per anni questo suo lavoro era stato considerato una breccia importante nella narrativa sionista tradizionale.

Eppure, nonostante il riconoscimento storico, Morris giunge a una conclusione diametralmente opposta a quella di Pappé:

👉 accetta la pulizia etnica come fatto storico, ma la considera giustificata, e anzi ritiene che il progetto avrebbe dovuto essere completato del tutto.

Per Pappé questa posizione è inaccettabile e rivela il limite profondo della narrativa sionista: anche quando ammette la realtà, è incapace di riconoscere la piena umanità e i diritti dei palestinesi.

Per cambiare servirebbero tre elementi:

👉 una rappresentanza politica palestinese credibile e unitaria, che oggi non esiste;

👉 una trasformazione profonda del sistema educativo israeliano, capace di immaginare un futuro diverso;

👉 un sostegno internazionale più strutturato, anche attraverso movimenti come il BDS.

Il testo osserva inoltre che la soluzione a due Stati è considerata allettante solo da una parte dei palestinesi, soprattutto in Cisgiordania. I milioni di palestinesi della diaspora, di Gaza e dei cittadini arabo-israeliani non vi vedono un’opzione realistica o giusta.

Pappé mette in guardia sul fatto che la “soluzione a due Stati” è diventata una sorta di dogma occidentale, un’idea ormai svuotata di contenuto: sul terreno, dice, esiste già un unico Stato, che però è malgovernato, gerarchico e basato sull’esclusione dei palestinesi. La versione israeliana dei “due Stati” è solo una porzione ridotta della Cisgiordania, sotto controllo israeliano: una proposta inaccettabile per i palestinesi.

La vera alternativa, per Pappé, è un unico Stato democratico, con uguali diritti per tutti, la fine dell’apartheid e il superamento dell’ideologia etnocentrica. Un cambiamento che però richiede sia una mobilitazione palestinese unitaria sia una trasformazione interna alla società israeliana.