Resoconto del Quarto Incontro di Lettura Comunitaria “Palestina e Israele: che fare?” – Martedì 11 novembre
Martedì 11 novembre si è svolto il quarto appuntamento del nostro percorso di lettura comunitaria dedicato al libro “Palestina e Israele: che fare?”. In questa occasione abbiamo affrontato il capitolo 3 della sezione “Dialoghi”, dedicato al presente — un presente che, per gli autori, risale a circa un decennio fa ma che sorprendentemente rispecchia ancora fedelmente la realtà odierna.
Il capitolo offre un quadro delle speranze e delle strategie emergenti di allora, soffermandosi in particolare sulla crescita del Movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimenti, Sanzioni), nato da una iniziativa palestinese per chiedere il sostegno della società civile internazionale nella lotta contro l’occupazione e il sistema di apartheid. Il testo racconta come il BDS abbia rapidamente oltrepassato i confini della Palestina, trovando un’eco significativa negli Stati Uniti e nel mondo occidentale, fino a coinvolgere anche istituzioni prestigiose come l’Università di Harvard.
Il BDS nel capitolo: significato e contesto
Gli autori presentano il BDS come una risposta non violenta, strutturata e globale, alla continua espansione coloniale israeliana e al fallimento delle vie diplomatiche tradizionali.
Chomsky e Pappé lo descrivono come un movimento che intende trasformare il linguaggio politico del conflitto, avvicinandolo alle campagne internazionali contro l’apartheid sudafricano.
Le prime forme di azione ricordate nel testo
- * Boicottaggi accademici e culturali, rifiutando collaborazioni con istituzioni israeliane direttamente implicate nell’occupazione.
- * Campagne di disinvestimento, che sollecitano università, fondi pensione e aziende a ritirare investimenti da imprese coinvolte nelle attività nei territori occupati.
- * Pressioni per sanzioni politiche e diplomatiche, chiedendo agli Stati partner di sospendere accordi commerciali e militari con Israele.
Risultati e impatti evidenziati dagli autori
Il capitolo osserva che il BDS, pur con i suoi limiti, ha ottenuto alcuni risultati rilevanti:
- * Aumento della visibilità internazionale: il movimento ha spostato parte del dibattito globale dalla retorica dei “due Stati” alla denuncia delle politiche israeliane come regime di apartheid.
- * Impatto economico e reputazionale: diverse multinazionali e istituzioni hanno modificato alcune pratiche per evitare un danno d’immagine.
- * Reazioni politiche significative: Israele e vari suoi alleati hanno approvato leggi anti-BDS, un chiaro indicatore della sua efficacia percepita.
- * Mobilitazione accademica: campus e associazioni studentesche, in USA e in Europa, hanno adottato mozioni di boicottaggio accademico.
Gli autori sottolineano che il BDS non va compreso solo come tattica economica: esso rappresenta un nuovo linguaggio politico, che riconfigura il conflitto come una questione di diritti umani e responsabilità globale.
Le criticità: la mancanza di una leadership palestinese unitaria
Il capitolo evidenzia anche le ambivalenze e i rischi del movimento. Il caso di Harvard, criticata da gruppi sionisti per “antisemitismo” e per “minaccia alla libertà accademica”, solleva la domanda se le azioni BDS siano sempre valutate attentamente in relazione alle possibili conseguenze sul terreno.
Una delle problematiche centrali è la frammentazione del popolo palestinese e l’assenza di una leadership riconosciuta, capace di indicare quali iniziative internazionali possano effettivamente produrre benefici concreti per la popolazione nei territori occupati.
Gli autori ricordano che, pur avendo mobilitato persone consapevoli e solidali in tutto il mondo, il BDS non ha potuto impedire:
- * la deportazione dei beduini da alcune aree;
- * il piano israeliano di espellere i palestinesi da Acri;
- * ulteriori operazioni di colonizzazione e annessione.
Verso un BDS più ampio e più strutturato
Alla luce di tutto ciò, il capitolo conclude che il BDS deve oggi evolvere verso una forma più organica, coordinata e strategica, capace di valutare in anticipo:
- * le possibili reazioni politiche,
- * gli effetti concreti sulla popolazione,
- * i rischi di contro-narrative strumentali,
- * e soprattutto il rapporto con i reali bisogni dei palestinesi che vivono sotto occupazione.
Il movimento rappresenta un fermento importante, una delle poche forme di pressione globale realmente incisive, ma per diventare decisivo deve crescere in coesione, capacità di analisi strategica e visione politica condivisa.
Vi aspettiamo al quinto incontro del percorso che si terrà martedì 18 novembre alle 20:30.
