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Terzo incontro di lettura comunitaria del libro “Palestina e Israele: che fare?”

Martedì 4 novembre si è svolto il terzo incontro del ciclo di letture dedicate al libro “Palestina e Israele: che fare?”.
Da questa tappa inizia la sezione dei dialoghi tra Ilan Pappé, Noam Chomsky e Frank Barat, dedicata alla ricostruzione del passato. Abbiamo ascoltato la parte intitolata “Dialoghi sul passato”, un viaggio nella storia degli ultimi cento anni che mostra come l’obiettivo dell’espansione territoriale dal fiume al mare fosse già inscritto nel progetto sionista fin dal 1947.
Già allora, il colonialismo d’insediamento ebraico prevedeva la progressiva espulsione delle popolazioni palestinesi autoctone dal territorio di Israele.

Uno dei temi più forti emersi dal testo è la rimozione sistematica del passato all’interno del cosiddetto “processo di pace”. L’invito a “ripartire da oggi”, a prescindere da quanto accaduto prima, finisce per cancellare la memoria delle ingiustizie subite e per legittimare i vantaggi di chi ha occupato territori illegalmente.

Nel testo – scritto più di dieci anni fa – viene ricordato che già allora il governo israeliano di Netanyahu pretendeva che i palestinesi riconoscessero Israele come “Stato ebraico”. Una richiesta priva di fondamento logico e giuridico: nessuno, infatti, chiede di riconoscere altri Paesi come “Stato islamico” o “Stato cristiano”. Si tratta dunque di una pretesa che introduce una discriminazione di principio.

Il sionismo, inteso come colonialismo di insediamento, è iniziato nel 1948 e, non essendo riuscito a espellere completamente la popolazione palestinese, continua a perseguire lo stesso obiettivo con altri mezzi.
L’idea stessa di Stato ebraico rappresenta un’anomalia: non tutti gli israeliani sono ebrei, e non tutti gli ebrei sono israeliani.

In Israele si distingue tra cittadinanza e nazionalità: per essere riconosciuti come cittadini a pieno titolo occorre appartenere alla nazionalità “ebraica”. Da qui deriva l’ambiguità per cui criticare le politiche dello Stato di Israele viene spesso equiparato a essere “contro gli ebrei” — un’equazione falsa e strumentale.

Pappé ricorda inoltre che le istituzioni nazionali ebraiche esistevano già sotto il mandato britannico, dunque la nascita dello Stato di Israele non fu una conseguenza inevitabile dell’Olocausto. Israele non è, come spesso si afferma, “il rifugio necessario” per gli ebrei sopravvissuti, ma il risultato di un progetto politico che rivendica un presunto “diritto divino alla terra”. Tuttavia, come osserva l’autore, nella Bibbia Dio dice: «La terra è mia», non «La terra è vostra».

Per costruire una reale prospettiva di pace, il capitolo individua tre condizioni fondamentali:

  1. I profughi palestinesi devono essere al centro dei negoziati, avere diritto al ritorno e ricevere scuse pubbliche.
  2. Israele deve rinunciare alla propria ideologia razzista, cioè al principio del suprematismo ebraico.
  3. I palestinesi devono poter condurre una vita normale, libera e sicura.

Il testo si concludeva, nel 2014, con una previsione: Israele sarebbe andato incontro a un crescente isolamento internazionale, sostenuto soltanto dagli Stati Uniti. Purtroppo, a dieci anni di distanza, questa previsione non si è ancora realizzata.

N.B.: Abbiamo realizzato insieme il file delle risorse che abbiamo condiviso nel dialogo e che si va sempre più arricchendo. Se siete interessati, scrivetemi per avere l’accesso.

Vi aspettiamo quindi al quarto incontro del percorso che si terrà martedì 11 novembre alle 20:30.