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Alfredo e Pier Giorgio Frassati: coscienze di pace contro la violenza del Novecento

In questi giorni, mentre si discute la vendita dell’intero gruppo GEDI [1], appare particolarmente utile richiamare la coscienza sociale e democratica di due cattolici come Alfredo e Pier Giorgio Frassati. Il gruppo editoriale GEDI, con sede a Torino, che pubblica i quotidiani la Repubblica e La Stampa [2] sta infatti per essere ceduto all’armatore greco Theodore Kyriakou.

Fondatore a Torino de La Stampa nel 1895, Alfredo Frassati — editore puro e antifascista convinto — mantenne una linea editoriale critica e indipendente.             Sotto la sua direzione, La Stampa non si allineò al potere economico né a quello politico, difendendo pluralismo, legalità e libertà civili. I problemi giunsero quando salì al potere il regime fascista che intendeva allineare tutti i giornali nazionali su una linea filo-governativa. Ma facciamo un passo indietro.

Quando nell’estate del 1914 l’Europa precipitò nella Prima guerra mondiale, il conflitto fu accolto da gran parte delle élite politiche, culturali e mediatiche come una prova necessaria, se non addirittura rigeneratrice. Nazionalismo, retorica del sacrificio e fiducia nel progresso tecnico alimentarono l’illusione che la guerra potesse rifondare la civiltà europea. In questo clima di consenso bellico, emersero però alcune voci isolate e controcorrente. Tra queste, per l’Italia, spiccano due figure diverse per ruolo ma profondamente convergenti sul piano morale: Papa Benedetto XV e Alfredo Frassati, direttore de La Stampa.

Benedetto XV: la guerra come fallimento della civiltà

Eletto papa nel settembre 1914, Benedetto XV si trovò immediatamente a confrontarsi con un conflitto di dimensioni e caratteristiche inedite. Fin dall’inizio, la sua posizione fu netta: la guerra non era un valore né una necessità storica, ma un male morale e umano, aggravato dalla sua natura moderna e industriale.

Il Papa proclamò la neutralità della Santa Sede[3], non come forma di indifferenza, ma come condizione per mantenere una parola libera e universale. La neutralità era funzionale a un duplice obiettivo: l’azione umanitaria — a favore di prigionieri, feriti e civili — e il tentativo di mediazione diplomatica tra gli Stati belligeranti con l’obiettivo di accelerare la definizione della pace.

Il punto più alto di questa linea fu la Lettera del Santo Padre Benedetto XV ai capi dei popoli belligeranti del 1° agosto 1917, nella quale Benedetto XV definì la guerra una «inutile strage». L’espressione, destinata a diventare storica, fu una diagnosi morale della sproporzione radicale tra gli obiettivi politici dichiarati e l’immensa distruzione di vite umane prodotta dalla guerra industriale di massa. Per questo, la posizione del Papa apparve allora isolata e fu spesso accusata di disfattismo o antipatriottismo. Col tempo, essa si sarebbe rivelata una delle letture più lucide del conflitto.

La guerra industriale di massa e il costo sociale

La Prima guerra mondiale inaugurò una forma nuova di conflitto: una guerra totale, che mobilitava non solo gli eserciti, ma l’intera società. La produzione industriale divenne parte integrante dello sforzo bellico; il fronte interno si trasformò in una prosecuzione della trincea.

Questa trasformazione ebbe conseguenze profonde. Il soldato fu ridotto a elemento sostituibile di un processo produttivo della morte; le classi popolari, soprattutto operaie, pagarono il prezzo più alto sul piano sociale. Ritmi di lavoro estenuanti, compressione dei salari, disciplina forzata della manodopera e limitazione dei diritti sindacali furono giustificati in nome della necessità bellica. La retorica del sacrificio nazionale mascherava una realtà di accentuata disuguaglianza, in cui i profitti industriali crescevano mentre le condizioni di vita dei lavoratori peggioravano.

È in questo contesto che l’espressione “inutile strage” acquista pieno significato: non solo come giudizio sulla guerra combattuta al fronte, ma come condanna di un intero sistema che subordinava la vita umana alle esigenze della produzione e del potere.

Torino, la FIAT e il cuore dell’industria bellica

In Italia, questa dinamica fu particolarmente evidente a Torino, capitale industriale del Paese. Durante la guerra, la FIAT riconvertì massicciamente la produzione a fini bellici, diventando uno dei pilastri dell’apparato industriale-militare. La città cambiò rapidamente: afflusso di manodopera, crescita disordinata dei quartieri operai, aumento della disciplina e del controllo nelle fabbriche.

La fabbrica divenne un luogo di mobilitazione permanente, in cui la logica dell’efficienza e dell’obbedienza tendeva a prevalere su ogni altra considerazione. Questo modello di industrializzazione, rafforzato dalla guerra, lasciò un’eredità pesante nel dopoguerra, alimentando tensioni sociali e conflitti che esploderanno nel biennio 1919–1920.

Alfredo Frassati e La Stampa: una responsabilità civile

È in questo scenario che va collocata la figura di Alfredo Frassati, fondatore e direttore de La Stampa. Liberale di formazione, cattolico convinto ma non clericale, Frassati concepiva il giornalismo come una funzione pubblica, legata alla responsabilità morale e alla difesa delle libertà civili.

Alla vigilia dell’intervento italiano, La Stampa mantenne una linea prudente e critica verso l’interventismo, distante dalla retorica nazionalista dominante. Frassati non negava la complessità del contesto internazionale, ma rifiutava la sacralizzazione della guerra e l’idea che il sacrificio umano potesse essere presentato come valore in sé. Egli era contrario all’interventismo nazionalista e preoccupato dei costi civili e morali della guerra. Il popolo, la stragrande maggioranza, avrebbe maggiori vantaggi dalla pace.

Come Benedetto XV, egli colse il nesso profondo tra guerra, industria e compressione delle libertà. La sua critica non era ideologica, ma fondata sulla consapevolezza che la guerra industriale avrebbe rafforzato poteri economici e apparati autoritari, indebolendo il tessuto democratico della società.

La sospensione de La Stampa e la piegatura dell’informazione al potere

Il regime fascista, salito al potere dopo la marcia su Roma, intendeva allineare tutti i grandi organi di stampa su una linea filo-governativa. La Stampa entrò in conflitto con questa strategia quando, dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti nel 1924, Frassati portò la testata su posizioni aperte di critica al governo fascista, denunciando la repressione delle libertà e l’illegalismo connesso alla legge Acerbo e alle violenze politiche. [4]

Come risposta, le autorità sospesero La Stampa il 29 settembre 1925 con un ordine prefettizio, atto che costituì un chiaro avvertimento politico. Frassati fu poi indotto a cedere le proprie azioni e a lasciare la direzione del giornale; la proprietà passò interamente alla famiglia Agnelli e alla FIAT, con l’avallo del regime. «Ed è qui che entra in scena Giovanni Agnelli, il patriarca, già nominato senatore da Mussolini nel 1923, che acquisisce per pochi spicci il giornale con il beneplacito delle autorità fasciste. Non lo fa per amore dell’informazione. Lo fa — parole non dei detrattori, ma dei discendenti di Frassati — per “scegliere direttori addomesticati e ubbidienti, tali da imbavagliare le redazioni” e garantire una linea ligia ai potenti e funzionale agli interessi industriali. È uno scippo, un colpo di mano. Come accadde, guarda caso, anche con la FIAT». [5]

Alla riapertura, La Stampa fu diretta da figure più allineate alle direttive fasciste e progressivamente incorporò la logica della propaganda ufficiale, perdendo la sua autonomia editoriale. [6]

Questo episodio periodizza in modo emblematico la pressione esercitata dal fascismo sull’informazione: dalle intimidazioni, alle sospensioni, fino alla sostituzione di leadership editoriali indipendenti con figure più acquiescenti, sotto la guida di gruppi economici graditi al regime.

La comunicazione a mezzo stampa come strumento di controllo; l’industrializzazione come strumento di rapina.

La FIAT fu sistematicamente favorita dallo Stato: alla vigilia e durante la Prima guerra mondiale ottenne enormi commesse militari, anche dall’estero. Agnelli riuscì a far dichiarare Torino zona di guerra: gli operai vennero militarizzati, privati del diritto di sciopero e sottoposti al codice militare. La guerra fece grande la FIAT e consolidò definitivamente il potere della famiglia Agnelli.

Questa è la nascita della FIAT: non un mito industriale, ma un caso da manuale di capitalismo di rapina, protetto dal potere politico, oliato dalla finanza e coperto dalle istituzioni. È dentro questa stessa logica che va letta anche la storia de La Stampa e, più in generale, dell’editoria italiana, dove gli editori non sono “puri”, ma asserviti al padrone capitalista. Una storia che si è protratta per oltre un secolo, indipendentemente dalla forma dello Stato — Regno d’Italia, dittatura fascista, Prima o Seconda Repubblica. Il congegno comunicativo è rimasto sostanzialmente lo stesso nelle mani della famiglia Agnelli-Elkann, finché è stato necessario difendere l’impero economico capitalistico dell’oligarchia italiana e ottenere l’obbedienza della popolazione a questi interessi privati.

L’esperienza de La Stampa sotto la direzione di Alfredo Frassati non va letta come un episodio isolato, ma come il momento culminante di un progetto editoriale basato su autonomia, pluralismo e libertà di critica. La successiva acquisizione della testata da parte della famiglia Agnelli, sostenuta dal regime fascista, segnò non solo la rimozione del suo fondatore, ma anche una progressiva trasformazione del quotidiano in una voce sempre più legata ai poteri economici e politici dominanti. Secondo alcune interpretazioni critiche contemporanee, questa evoluzione non è un semplice accidente storico, ma riflette l’azione di gruppi di potere intenzionati a controllare indirizzi e redazioni per garantire una linea editoriale conforme agli interessi industriali e politici. In tal senso, la memoria collettiva tende spesso a dimenticare il ruolo originario di La Stampa come testata autonoma e antifascista, preferendo costruire una narrazione più favorevole alla sua continuità istituzionale.

Dalla guerra industriale al fascismo

La fine della guerra non segnò una vera discontinuità. Le strutture materiali e mentali prodotte dal conflitto — mobilitazione totale, disciplina forzata, abitudine alla violenza — sopravvissero nel dopoguerra e prepararono il terreno alla nascita del fascismo.

Per una parte dell’industria, scossa dal conflitto sociale e dalle occupazioni di fabbrica, il fascismo apparve come una forza capace di ristabilire l’ordine e garantire la continuità produttiva. In questo senso, il regime rappresentò una trasposizione in tempo di pace delle logiche della guerra, applicate alla società civile: gerarchia, obbedienza, repressione del dissenso.

Qui la distanza tra il fascismo e le posizioni di Benedetto XV e Alfredo Frassati emerge in modo netto. Per il Papa, la guerra industriale era la negazione della civiltà cristiana; per Frassati, essa aveva mostrato i pericoli di una modernità priva di limiti morali. Il fascismo non fu, ai loro occhi, una soluzione alla crisi, ma il suo esito più inquietante.

Un’eredità morale

Nel frastuono del Novecento nascente, Benedetto XV e Alfredo Frassati rappresentarono due forme di resistenza morale: diverse per linguaggio e ruolo, ma unite dal rifiuto di una civiltà costruita sul sacrificio programmato dell’uomo. Una lezione che conserva, ancora oggi, una forza interrogante.

Questa convergenza tra una voce spirituale e una civile non fu frutto di un coordinamento, ma di una comune lettura del tempo storico. Essa lasciò un’eredità che attraversò anche la sfera familiare. Questa è la matrice politica e culturale in cui cresce e si forma la personalità di Pier Giorgio. Pier Giorgio Frassati, figlio di Alfredo, tradusse quella sensibilità morale in una scelta di vita accanto ai poveri, agli operai e ai lavoratori più esposti, rifiutando la violenza e l’autoritarismo. Già da studente al liceo “Massimo D’Azeglio” di Torino, si oppose nettamente all’intervento dell’Italia nella Prima Guerra mondiale ribattendo con fermezza l’accusa dei compagni di essere “un traditore come suo padre”. Varie testimonianze raccontano di Pier Giorgio l’anelito alla pace. [7]

La figura di Pier Giorgio Frassati non può essere compresa pienamente senza collocarla nel contesto culturale, morale e civile in cui egli crebbe, profondamente segnato dalla personalità e dall’attività del padre, Alfredo Frassati. Tra i due non vi è semplicemente un legame affettivo o educativo, ma una continuità profonda tra idee e prassi, tra riflessione culturale e incarnazione concreta. [8]

Il clima familiare: liberalismo, cattolicesimo e responsabilità sociale

Alfredo Frassati rappresentava una sintesi non comune nell’Italia del primo Novecento: cattolico convinto, ma alieno da ogni clericalismo; liberale, ma critico del capitalismo senza regole; uomo delle istituzioni, ma profondamente diffidente verso ogni forma di autoritarismo. Come direttore de La Stampa, egli concepiva la cultura e l’informazione come strumenti di responsabilità civile, chiamati a interrogare il potere e a dare voce ai problemi sociali, in particolare alla questione del lavoro.

In casa Frassati, la politica non era militanza di parte, ma discussione morale sul destino della società; la religione non era devozione formale, ma criterio di giudizio sul mondo moderno. Pier Giorgio crebbe dunque in un ambiente in cui il cristianesimo era presentato come impegno nella storia, non come rifugio privato.

Torino industriale e conflitto sociale: lo sfondo della formazione di Pier Giorgio

Negli anni decisivi della giovinezza di Pier Giorgio (1919–1925), Torino era il cuore dell’industrializzazione italiana. La FIAT dominava la città, attirando migliaia di operai e concentrando ricchezza, conflitto e tensioni sociali. Il biennio rosso (1919–1920) aveva mostrato con drammaticità le fratture tra capitale e lavoro, tra fabbrica e quartieri popolari.

Alfredo Frassati osservava questo scenario dal punto di vista dell’intellettuale e del giornalista, denunciando i pericoli della violenza, del nazionalismo e della riduzione dell’uomo a strumento produttivo. Pier Giorgio lo visse invece dal basso, nei quartieri operai, nelle case dei poveri, nei luoghi del lavoro.

Qui emerge una prima linea di continuità: ciò che per il padre era analisi culturale e critica pubblica, per il figlio diventa presenza concreta e relazione personale.

Pier Giorgio e gli operai della FIAT: la dignità prima dell’ideologia

Il rapporto di Pier Giorgio con gli operai della FIAT non fu mai politico in senso stretto, né sindacale. Non cercò di organizzare, rappresentare o guidare. La sua scelta fu diversa: esserci, condividere, ascoltare.

Attraverso l’attività nella San Vincenzo de’ Paoli, frequentava i quartieri popolari, visitava famiglie operaie, portava aiuti materiali e soprattutto riconoscimento umano. In questo rifiutava sia il paternalismo borghese sia la retorica rivoluzionaria. La sua posizione era coerente con il cattolicesimo sociale che aveva respirato in famiglia: riconoscere l’ingiustizia senza sacralizzare la violenza; stare dalla parte dei lavoratori senza trasformarli in strumento ideologico.

Anche qui, la continuità con Alfredo Frassati è evidente: difesa della dignità del lavoro, rifiuto della guerra sociale, convinzione che la giustizia non possa nascere dalla sopraffazione.

La scelta dell’ingegneria mineraria: conoscere per servire

Ancora più significativa è la scelta di ingegneria mineraria al Politecnico di Torino. Non si trattava di una carriera prestigiosa né redditizia, ma di un settore legato a uno dei lavori più duri e pericolosi dell’epoca. Questa scelta riflette una logica precisa: conoscere tecnicamente per comprendere umanamente. [9]

Pier Giorgio frequentava le miniere delle Valli di Lanzo e di altre aree alpine piemontesi, dove il lavoro era segnato da fatica estrema, insicurezza e isolamento. Anche qui non agiva come riformatore o dirigente, ma come presenza solidale: parlava con i minatori, visitava le famiglie, portava aiuti, osservava le condizioni di lavoro.

La conoscenza tecnica non era fine a se stessa, ma strumento per una solidarietà non astratta, capace di misurarsi con la realtà concreta. In questo senso, la sua formazione scientifica è la traduzione pratica di un principio appreso dal padre: la cultura ha senso solo se serve l’uomo.

Un’etica condivisa, due linguaggi diversi

Il rapporto tra Alfredo e Pier Giorgio Frassati può essere letto come una vera e propria divisione dei ruoli all’interno di una medesima visione etica. Entrambi rifiutavano la violenza come strumento di trasformazione sociale, l’autoritarismo come risposta al conflitto e la riduzione dell’uomo a funzione produttiva o ideologica. Condividevano inoltre la convinzione che il cristianesimo dovesse incarnarsi nella storia, pur declinandosi secondo vocazioni differenti. In questo senso, Pier Giorgio non rappresenta una figura “separata” o eccezionale rispetto al padre, ma la traduzione esistenziale di un orizzonte culturale e morale maturato in ambito familiare.

Accanto a questa profonda sintonia, dalle lettere e dalle testimonianze familiari emergono tuttavia alcune divergenze significative, che non riguardano l’ideologia o la politica, bensì il modo di vivere la fede e l’impegno sociale. Alfredo, cattolico liberale e giornalista, operava prevalentemente attraverso la cultura, la stampa e l’azione pubblica, cercando di incidere sulla società mediante strumenti istituzionali e mediatici. Pier Giorgio, al contrario, scelse una testimonianza diretta e radicale: frequentava i quartieri operai e le miniere piemontesi, portava aiuti concreti ai lavoratori e alle loro famiglie, viveva la carità e la prossimità in prima persona. Le lettere mostrano che il padre talvolta faticava a comprendere fino in fondo questa scelta discreta ed estrema, percepita come eccedente rispetto alle aspettative borghesi e professionali, senza che ciò sfociasse mai in critiche esplicite o in una rottura affettiva.

Un ulteriore piano di divergenza riguardava lo stile di vita e le attese sociali. Alfredo immaginava per il figlio una carriera solida, un pieno inserimento nella società colta torinese e una continuità, almeno parziale, con il mondo familiare. Pier Giorgio optò invece per una vita semplice e disadorna, trascorrendo il proprio tempo soprattutto tra i poveri e i quartieri popolari e destinando le risorse economiche quasi esclusivamente alla carità. Anche in questo caso, le testimonianze indicano che il padre non giudicava sbagliata tale scelta, ma la considerava poco “razionale” rispetto ai parametri della vita borghese.

Alcune lettere rivelano che Pier Giorgio, pur non mettendo mai apertamente in discussione il padre, non sempre si sentiva pienamente compreso nella sua radicalità religiosa e nel modo totale in cui viveva la fede.

Non si tratta, tuttavia, di una contrapposizione, bensì di una differenza di vocazione. Alfredo avrebbe preferito per il figlio un impegno più visibile e socialmente riconoscibile, mentre Pier Giorgio scelse una via silenziosa e incarnata.

È infine importante chiarire ciò che non emerge dalle fonti: non vi fu alcun contrasto politico tra padre e figlio; Pier Giorgio non fu più “radicale” di Alfredo sul piano ideologico, ma ne incarnò le stesse preoccupazioni sociali in forma pratica e concreta. Non si registrano rotture affettive: il rapporto rimase sempre rispettoso e fondato sulla stima reciproca. Né emergono critiche esplicite di Pier Giorgio verso il padre; dalle lettere traspaiono piuttosto pudore, riservatezza e discrezione. La storiografia interpreta queste differenze come una tensione generativa: da un lato il cattolicesimo liberale e razionale di Alfredo, dall’altro il cattolicesimo testimoniale e radicale di Pier Giorgio. Non una frattura, dunque, ma una trasmissione trasformata, in cui le idee del padre non vengono negate, bensì portate alle loro estreme conseguenze sul piano esistenziale.

La storiografia interpreta queste divergenze come una tensione generativa: le idee e i principi del padre non venivano negati, ma trasformati e incarnati dal figlio nella vita quotidiana, dando origine a una forma di cattolicesimo sociale profondamente vissuto e concreto, che completava e radicalizzava la visione morale familiare.

In un’epoca segnata dalla guerra, dall’industrializzazione forzata e dall’ascesa dell’autoritarismo, questa continuità tra padre e figlio rappresenta una delle espressioni più coerenti e radicali del cattolicesimo sociale italiano del primo Novecento.

 

Una sinossi con il nostro tempo

A un secolo di distanza — esattamente cento anni dalla morte prematura di Pier Giorgio Frassati — le analogie tra l’inizio del Novecento e il nostro presente appaiono tutt’altro che marginali. Anche oggi, come allora, riemerge una spinta bellicista e interventista che viene giustificata non più in nome del nazionalismo ottocentesco, ma attraverso il richiamo a un valore ritenuto superiore: la difesa dell’Occidente democratico. Cambia il lessico, non la struttura del discorso. Come nel primo Novecento, la guerra torna a essere presentata come necessaria, inevitabile, persino moralmente doverosa.

Ritorna anche una retorica del sacrificio sorprendentemente simile a quella di un secolo fa: allora si chiedeva ai popoli di immolare una generazione in nome della patria; oggi si invoca il sacrificio in nome della sicurezza, della stabilità internazionale, della civiltà occidentale. L’appello pronunciato da leader contemporanei — “sacrificate i vostri figli” [10]— riecheggia, con inquietante continuità, il linguaggio della guerra industriale di massa che Benedetto XV definì “inutile strage”.

Analogamente, la fiducia nel progresso tecnico continua a fungere da giustificazione morale e politica. Se all’inizio del Novecento era la rivoluzione industriale del vapore, dell’acciaio e della produzione di massa a promettere emancipazione e ordine, oggi quella stessa funzione simbolica è assolta dall’intelligenza artificiale e dalle nuove tecnologie. Anche in questo caso, il rischio è identico: attribuire alla tecnica una neutralità e una capacità salvifica che la storia ha già dimostrato illusorie.

Non è casuale, in questo contesto, il richiamo operato da papa Leone XIV alla figura di Leone XIII e alla Rerum novarum: allora la Chiesa si interrogava sugli effetti sociali della rivoluzione industriale; oggi è chiamata a misurarsi con le conseguenze antropologiche, economiche e politiche della rivoluzione tecnologica in corso. In entrambi i casi, la questione decisiva resta la stessa: se il progresso sia al servizio dell’uomo o se l’uomo venga piegato alle esigenze del sistema produttivo e del potere.

La guerra industriale di massa, che ha segnato il Novecento, non appartiene dunque solo al passato. Essa continua a interpellare il nostro presente, nelle forme rinnovate della guerra tecnologica, della mobilitazione economica permanente e della compressione dei diritti in nome dell’emergenza. È in questa prospettiva che le figure di Benedetto XV, di Alfredo Frassati e di Pier Giorgio Frassati cessano di essere semplici riferimenti storici e tornano a parlare al nostro tempo: come coscienze critiche capaci di opporsi, ciascuna nel proprio linguaggio, alla violenza strutturale di una modernità che sacrifica l’uomo in nome dell’efficienza, del profitto e della potenza.

Ritornare oggi alle figure di Alfredo e Pier Giorgio Frassati, mentre si discute della vendita dell’ennesimo grande gruppo editoriale, non è un esercizio di memoria celebrativa, ma un atto di conoscenza critica. La storia de La Stampa sotto la direzione di Alfredo Frassati ricorda che l’informazione può essere spazio di responsabilità civile oppure strumento di controllo; che può interrogare il potere o piegarsi ad esso. Non è una questione del passato, ma una scelta che si ripropone ciclicamente.

Allo stesso modo, la testimonianza di Pier Giorgio Frassati interroga il nostro presente: in un tempo segnato dal ritorno della guerra, dalla retorica del sacrificio e dalla fiducia salvifica nella tecnica, la sua vita ricorda che non esiste progresso che giustifichi la riduzione dell’uomo a mezzo, né sicurezza che possa essere costruita sul sacrificio programmato di intere generazioni.

Padre e figlio, ciascuno nel proprio linguaggio — la cultura e la stampa l’uno, la prossimità e la carità l’altro — hanno mostrato che opporsi alla violenza strutturale del proprio tempo non significa sottrarsi alla storia, ma assumerne il peso con coscienza. È forse questa la lezione più attuale che ci consegnano: che senza una responsabilità morale dell’informazione e senza una testimonianza incarnata nella vita quotidiana, ogni società rischia di ripetere, sotto nuove forme, le stesse logiche di dominio che hanno segnato il Novecento. Nostro dovere è conoscere e ricordare, associare criticamente gli avvenimenti del passato alle situazioni del presente per prevenire le prevaricazioni dei pochi sui molti. Anche in questo modo, con questa visione del mondo si possono trovare le ragioni per mantenere la pace.

 

[1] Avvenire, Perché la vendita del Gruppo Gedi mette in allarme l’editoria e la politica

[2] e fino a poco tempo fa anche il Secolo XIX e tredici testate  locali, Il Tirreno, la Gazzetta di Modena, Gazzetta di Reggio e La Nuova Ferrara; La Provincia Pavese e la Gazzetta di Mantova; Il Mattino di Padova, La Nuova Venezia e Mestre, la Tribuna di Treviso e il Corriere delle Alpi; il Messaggero Veneto e Il Piccolo, e in Piemonte, La Sentinella del Canavese; editore di periodici come Limes, National geographic, Le Scienze e altri; proprietaria di tre emittenti televisive: Deejay TV, m2o TV e Radio Capital TiVù e di tre canali radio nazionali, Radio Deejay, Radio Capital e Radio m2o; opera nel segmento dei nuovi media con il giornale on-line HuffPost e il portale multimediale Kataweb.

[3] Famiglia cristiana, Dalla neutralità al fronte: i cattolici e la Prima guerra mondiale

[4] Treccani, Frassati, Alfredo

[5] Lo Spiffero, La Stampa, fine di un’egemonia: quando al padrone non servi più

[6] Mole24, 29 settembre 1925: il Regime blocca la pubblicazione del quotidiano “La Stampa”

[7] La voce e il tempo, Alfredo e Pier Giorgio Frassati contrari alla Grande guerra

[8] Avvenire, Franco Cardini, Frassati, il volto moderno della carità

[9] Servizio geologico d’Italia, Pier Giorgio Frassati: l’ingegnere del cielo e della terra

[10] «Dobbiamo essere pronti a perdere i nostri figli»: in Francia è bufera sul capo di Stato maggiore. E il governo corre ai ripari