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La Pubblica Amministrazione e il software open source per la sovranità digitale

Qui di seguito il testo integrale dell’intervento in aula in Senato giovedì 25 giugno in merito al caso Zoom e al software open source.

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Gentile Presidente, colleghe e colleghi

In un articolo on line apparso sul sito Key4biz dello scorso 16 giugno, si apprende che Zoom, software usato per organizzare videoconferenze, avrebbe censurato due videoconferenze, organizzate dagli Stati Uniti, non dalla Cina, per la commemorazione dell’anniversario del massacro di piazza Tienanmen.

Sappiamo che anche il Senato usa Zoom ed è usato in particolare per le audizioni informali che si svolgono in Commissione. Questa piattaforma per videoconferenze di tipo commerciale, insieme ad altre, anch’esse commerciali, utilizzate dalla scuola per la didattica a distanza e dalla pubblica amministrazione per lo smart working, presentano diverse criticità per la tutela dei dati personali, per la “robustezza” dell’infrastruttura tecnologica e come anzidetto ci sono problemi anche di carattere politico. Infatti la funzionalità di censura automatica consente di dedurre che non c’è riservatezza sulle comunicazioni e che le videoconversazioni, come ammesso nelle privacy policy, possono essere utilizzate a scopo di profilazione.

Le amministrazioni dello Stato devono prendere provvedimenti. Il governo tedesco infatti ha proibito l’utilizzo di Zoom. Tuttavia queste problematiche non devono farci retrocedere nei passi compiuti in questi mesi verso la digitalizzazione del paese. Invece devono renderci sempre più consapevoli riguardo i retroscena che ci sono nell’uso delle tecnologie. Le tecnologie digitali raccolgono dati e i dati sono la nuova materia prima per le applicazioni del futuro. Dobbiamo decidere se vogliamo continuare a regalare ai competitor queste materie prime o vogliamo iniziare a sfruttarle internamente.

Le alternative alle piattaforme commerciali dei colossi extraeuropei esistono. Esistono le piattaforme open source. I colleghi spagnoli e francesi hanno già implementato  la videoconferenza di stato, sia per la funzionalità degli uffici pubblici, sia per la didattica a distanza. Occorre che lo facciamo anche noi. Nelle applicazioni della Pubblica Amministrazione che implicano il trattamento di dati personali, e in particolare nelle applicazioni per la scuola, si dovrebbe vietare per legge l’uso di prodotti dei quali non sia conosciuto il codice sorgente. In Italia come alternativa ai colossi commerciali è partita l’iniziativa volontaristica di iorestoacasa.work, basata sull’utilizzo di codici open source e attorno alla quale si sono raccolte le migliori professionalità informatiche uscite dalle nostre università. Per realizzare il progetto sono state donate risorse virtuali istanziate sulle infrastrutture digitali di proprietà pubblica, in particolare degli enti di ricerca nazionali, delle università pubbliche e del GARR.

Faccio quindi mia la domanda della professoressa Maria Chiara Pievatolo: “perché le istituzioni italiane hanno finora preferito sistemi privati e proprietari fuori dal loro controllo invece di utilizzare soluzioni aperte, pubbliche e controllate da loro?” e ne aggiungo una mia: “perché le decisioni su acquisti e soluzioni riguardanti la digitalizzazione dei servizi pubblici non sono nelle disponibilità dei nostri migliori esperti, ma sembra dei peggiori?”

Non lo dico solo io, anche il prof Angelo Raffaele Meo nella sua recente lettera alla Ministra Azzolina, sottoscritta dalle associazioni del software libero, denuncia le “scelte scellerate degli ultimi decenni, il nostro paese è praticamente uscito dal comparto industriale delle tecnologie dell’informazione.”

Nella lettera si chiede una legge che proibisca l’uso di software proprietario nelle applicazioni della PA che implicano il trattamento di dati personali. Inoltre si chiede di valorizzare l’eccezionale sviluppo tecnologico permesso dall’informatica libera che è esploso negli ultimi anni. Abbiamo milioni di progettisti e programmatori che possono essere un’importante opportunità per l’economia del nostro paese ed è opportuno destinare gli investimenti che verranno a breve realizzati nel digitale esclusivamente a tecnologie in software libero.

Le proposte e le alternative quindi ci sono e mi auguro che anche il Senato, la scuola e tutta la pubblica amministrazione possano adoperarle nel più breve tempo possibile. Siamo chiamati alla transizione digitale da percorrere in tempi ridotti, facciamolo decisamente, puntando sulle nostre risorse. Sovranità digitale significa mettere a sistema i nostri cervelli, le nostre infrastrutture e i nostri dati per rilanciare l’economia del Paese.